martedì 24 luglio 2007

UNIRE IL FEDERALISMO FISCALE E LA LOTTA AGLI SPRECHI

Riordinamento degli Enti Locali. Manca un organico disegno di semplificazione dei poteri.

Intervento in Commissione Affari Costituzionali del Senato, 12 luglio 2007.

di Antonio Del Pennino


Preliminarmente desidero rilevare, come hanno fatto altri colleghi, l'inopportunità di affidare al Legislatore Delegato l'intera materia relativa al riordinamento degli enti locali.
In particolare addirittura alcuni dubbi di costituzionalità potrebbero sorgere per il fatto che la normativa elettorale sia oggetto di delegazione legislativa.
Ritengo che comunque vada ridotto il numero delle deleghe e disciplinata col procedimento legislativo ordinario una serie di materie.
D'altro canto molte delle disposizioni contenute nel testo del disegno di legge presentano imprecisioni, incongruenze e contraddizioni che sono state ben evidenziate nelle schede di lettura del Servizio Studi.
E che, come sottolinea lo stesso documento del Servizio Studi, sono destinate , se non corrette, ad aprire problemi interpretativi di non poco momento. Anche se so che molte di queste incongruenze dipendono dalla confusa e improvvida riforma del Titolo V
Per altro il disegno di legge lascia aperti alcuni problemi come quello della ridefinizione dei rapporti e delle competenze fra Capo dell'Amministrazione, Giunta, Consiglio e dirigenti, ridefinzione necessaria per correggere gli squilibri oggi esistenti. Così come va specificato meglio cosa si intende per funzione apicale evitando la confusione tra Segretari e Direttori generali ( per cui appare generica la previsione contenuta all'art. 2 comma 4 lettera cc).
Ma su questi punti potremo tornare in sede di discussione degli emendamenti.
Quelli che mi preme sottolineare ora sono due problemi più squisitamente politici che il disegno di legge non risolve o forse addirittura complica. Al di là delle affermazioni di puro principio, manca un organico disegno di semplificazione del nostro sistema di poteri locali.
L'art.1 lettera d) stabilisce che i decreti delegati si debbano ispirare al principio della :" obbligatorietà dell'esercizio associato di determinate funzioni amministrative da parte degli enti di minori dimensioni demografiche".
Il successivo art.2 comma 3, lettera b) , affida ai decreti delegati il compito di :" prevedere che determinate funzioni fondamentali, da individuarsi in sede di decreto delegato possano essere esercitate in forma associata". Quindi l’obbligo diventa facoltà.
L'art. 2 comma 4, lettera n) , poi, stabilisce che occorre" prevedere che le forme associative tra gli enti locali assicurino una semplificazione strutturale ed organizzativa con organi composti esclusivamente da amministratori locali".
Ma lo stesso articolo 2 al 3° comma , lettera i) afferma che i decreti delegati dovranno indicare i principi sulle forme associative e per la razionalizzazione, la semplificazione e il contenimento dei costi per l'esercizio associato delle funzioni da parte dei comuni, ispirati al criterio dell'unificazione per i livelli dimensionali ottimali attraverso l'eliminazione di sovrapposizione di ruoli e di attività e temendo conto delle forme associative esistenti, in particolare delle unioni di comuni e delle peculiarità dei territori montani ai sensi dell'articolo 44, secondo comma della Costituzione. Salva, quindi, la specificità delle comunità montane.
Il tutto in un contesto in cui si valorizza il ruolo della Provincia e si considera (art. 2, comma 3, lettera d) che tra le funzioni fondamentali della Province vi siano quelle che le connotano come enti di governo di area vasta, nonché, si prevede (art.2 comma 3, lettera c) che l'esercizio delle funzioni fondamentali possa essere svolto unitariamente sulla base di accordi tra Comuni e Province.
Il mio partito è sempre stato per l'abolizione delle Province e per esaltare forme intermedie di collaborazione tra i Comuni come unica dimensione sub-regionale, e non sconfesso tale impostazione.
Ma so che al di là di singole adesioni, questa tesi è minoritaria fra le forze politiche e comunque il problema andrebbe affrontato con una modifica costituzionale.
Per questo, affrontando oggi la materia degli enti locali a costituzione invariata e arricchendo di nuove funzioni le province, credo si renda indispensabile una drastica semplificazione degli organismi - sub - provinciali. A cominciare dalle Comunità Montane.
Quando esse furono istituite nel 71' erano tempi di ristrettissime deleghe alla Province ed era aperto il dibattito sull'abolizione delle province stesse.
Oggi con le deleghe sulla difesa del suolo, sulla forestazione, sui parchi e le riserve naturali e con le nuove funzioni che verranno ad esser assegnate, le Province hanno ridotto il minimo il ruolo delle Comunità Montane. La loro sopravvivenza, in una fase in cui è aperta una seria riflessione sui costi della politica, appare davvero ultronea.
Basti pensare al fatto che siamo oggi in presenza di 356 Comunità Montane, diverse delle quali riguardano territori parzialmente ,o per nulla, montani ( la superficie coperta dalle Comunità Montane è di ha 16.371.885, la superficie montana totale del paese è ha 10.611.208), con 4.201 comuni e 10.822.609 abitanti. Che hanno spese correnti per 852.131,000 di euro (al 2003) a fronte di spese dichiarate in conto capitale pari a 1.167.000.000 di euro ( ma 111.615.000 di euro delle spese in conto capitale sono indicati per Amministrazione generale, gestione e controllo) . E se poi guardiamo alle tabelle relative alle spese per investimenti divise per interventi si accerta che per l'acquisizione di beni immobili, la spesa è stata di 353.665.000 di euro su un totale di 862.246.000 di euro. Che hanno oltre 7.500 dipendenti (il 15% di quelle delle Province) e che le spese per gli emolumenti dei presidenti ammontano a 13.680.000 euro, mentre mancano i dati dei gettoni per i consiglieri (che sono 12.820).
Se a questo si aggiunge il fatto che oggi esistono 271 Unioni di Comuni, che associano 1.217 Comuni per una popolazione totale di 3.812.194 abitanti, emerge con chiarezza che le generiche disposizioni del disegno di legge governativo non sono in grado di risolvere il problema della semplificazione del nostro sistema periferico e la conseguente riduzione dei costi della politica.
Occorre abolire le Comunità Montane, e su questo mi riservo di presentare un emendamento soppressivo degli artt.27,28,29, del T.U. sugli enti locali e conseguentemente del 5° comma dell'art.4 della legge 5 giugno 2003 n°131.
Ma occorre definire una più rigorosa disciplina anche per le Unioni Comunali, stabilendo che le stesse debbano essere uniche e polifunzionali per ogni area territoriale.
E occorrerebbe altresì prevedere, fermo il principio che degli organi delle forme associative di Comuni devono far parte solo amministratori locali ( lettera n, comma 4 art.2) , che non siano cumulabili non solo le indennità di funzione, ma anche i gettoni di presenza per chi ricopre un incarico nel Consiglio Comunale e nell'unione di Comuni , innovando l'art.82 del T.U.E.L.

Il nodo Consorzi
Ma occorre riflettere anche sui Consorzi.
I Consorzi di funzione (esempio Polizia Municipale / Segretari Comunali) dovrebbero confluire nelle unioni di comuni. Oltre tutto dette funzioni possono essere oggetto di iniziativa comune anche attraverso le convenzioni previste dal T.U.E.L.
Per i Consorzi di servizi la normativa andrebbe rivista nel quadro del DDL sui servizi pubblici degli enti locali (così come con lo stesso andrebbe coordinata la delega di cui alla lettera r) comma 4, art.2) se vogliamo liberalizzare il settore.
Inoltre sulle Città metropolitane, il DDL è una sepoltura senza funerale. Una sepoltura perché affidare all'iniziativa degli enti locali la costituzione delle Città metropolitane, sulla base delle esperienze passate, significa non farne niente. Senza funerale perché la Città Metropolitana delineata del DDL governativo non servirebbe a niente.

Dov’è la novità
Smettiamola di scherzare su questo tema. O la Città Metropolitana rappresenta una vera innovazione o togliamola dalla Costituzione.
Non esiste un ente costituzionale "eventuale" affidato all'iniziativa degli enti locali. Nemmeno il federalista più spinto , se dotata di buon senso , lo crederebbe. Ora il DDL governativo affida ad una serie di soggetti, difficilmente conciliabili tra loro, l'iniziativa.
Inoltre stabilisce come unico soggetto che potrebbe autonomamente promuovere l'iniziativa il Comune Capoluogo, che si troverebbe in posizione egemone in quanto sopravvivrebbe alle Città Metropolitane suddividendosi solo in municipi , ma sostanzialmente restando il "dominus".
Se non si rompe l'unità del Comune Capoluogo, i comuni minori non ci staranno mai. Le competenze poi non possono essere sole quelle delle vecchie Province. Altrimenti dove sarebbe la novità?
Occorre prevedere anche l'attribuzione alla Città Metropolitana delle funzioni normalmente affidate ai comuni quando hanno precipuo carattere sovracomunale, come prevedeva l'art.5 della legge 142.

Circoscrizioni
Il discorso sulla Città Metropolitana e sulle necessarie articolazioni del capoluogo in municipi deve indurre a una riflessione sul problema delle circoscrizioni. Anche con riferimento ai costi della politica.
Oggi abbiamo in Italia 790 circoscrizioni con 12.541 consiglieri.
435 con 5562 consiglieri, sono in comuni sotto i 100.000 abitanti.
Credo vada modificato l'art.17 del T.U.E.L. limitando i consigli di circoscrizione ai comuni con più di 300.000 abitanti (9 comuni) (2468 consiglieri oggi), e fissando un limite massimo per il numero dei consiglieri e un tetto per le indennità.
Sono questi i principali nodi politici che al di là della scelta delle materie da regolare con un intervento legislativo ordinario e di quelle per cui è possibile il ricorso alla delega, debbono , a mio avviso, essere sciolti.
Così come ritengo che comunque ogni decisione su questo provvedimento sarà monca ed inadeguata se non la collegheremo col disegno di legge sul federalismo fiscale.

lunedì 16 luglio 2007

LA POSIZIONE DEL PRI SULL'ORDINAMENTO GIUDIZIARIO
GLI INTERVENTI IN AULA DEL SEN.ANTONIO DEL PENNINO



MERCOLEDÌ 11 LUGLIO 2007
(Antimeridiana)



DEL PENNINO (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, illustrerò gli emendamenti che ho presentato insieme ai colleghi Biondi e Ziccone ma, in particolare, mi vorrei soffermare sull'emendamento che si riferisce alla questione già sollevata dal collega D'Onofrio del numero delle volte nelle quali è possibile il passaggio, nel corso della carriera, tra funzione requirente e funzione giudicante.
Abbiamo apprezzato in discussione generale il limite che era stato introdotto dalla Commissione relativo alla non possibilità di trasferimento in distretti all'interno della stessa Regione ma vediamo che, in relazione agli ultimi diktat dell'Associazione nazionale magistrati, i senatori Formisano e Brutti si sono precipitati a presentare degli emendamenti che correggono e riducono tale previsione.

(Segue DEL PENNINO). Però, anche ammesso che la maggioranza resista su questo punto e che quindi il divieto di esercitare funzioni diverse da quelle precedentemente esercitate nell'ambito del distretto della stessa Regione permanga, la possibilità di modificare quattro volte nell'arco della carriera le proprie funzioni, passando per ben quattro volte dalla requirente alla giudicante o viceversa, annulla di fatto ogni barlume di separazione delle funzioni, che pur si è ritenuto di cercare di introdurre in qualche modo in questo provvedimento.
Allora, noi proponiamo con l'emendamento principale, l'emendamento 2.140, di prevedere una sola volta la possibilità di modificare le funzioni nel corso della carriera; con l'emendamento subordinato, l'emendamento 2.143, arriviamo a due, ma, prevederne quattro, come ha fatto la Commissione, significa obiettivamente dichiarare che tutto quello che è stato scritto sulla diversità tra funzioni giudicanti e funzioni requirenti è una burla e non ha nessuna validità. Significa introdurre un continuo viavai all'interno della carriera di un magistrato tra quelle che sono le due funzioni e, quindi, si vanificherebbe ogni significato della riforma. Per tale ragione confido sulla possibilità di accogliere i nostri emendamenti.
MERCOLEDÌ 11 LUGLIO 2007
(Pomeridiana)
DEL PENNINO (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, contesto anch'io l'interpretazione che ella ha dato dichiarando che sono preclusi tutti gli emendamenti fino al 2.145, perché se lei mette in votazione la parte relativa al «per non più di quattro volte nell'arco dell'intera carriera», lei obiettivamente toglie ogni significato innovativo all'emendamento che viene proposto, che intende sostituire alle parole «per non più di quattro volte nell'arco di una intera carriera» le parole «per non più di una volta nell'arco dell'intera carriera» e così via.
Se lei mette in votazione l'emendamento 2.138 solo per questa parte, lei può dichiarare preclusi gli emendamenti fino a 2.116, ma non può dichiarare preclusi gli emendamenti che sono stati presentati che prevedono di sostituire la formula quattro volte con due volte o con tre volte, perché sono emendamenti di portata modificativa radicalmente diversa.
GIOVEDI' 12 LUGLIO 2007
(pomeridiana)
DEL PENNINO (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, annuncio il voto contrario dei senatori del Gruppo Democrazia Cristiana per le autonomie-Partito Repubblicano Italiano-Movimento per l'Autonomia su questo emendamento che il Governo ha presentato per soddisfare le richieste del ministro Di Pietro e far rientrare la dissidenza dei senatori dell'Italia dei Valori (ammesso che questa dissidenza sia rientrata dopo le dichiarazioni di stamattina del senatore Formisano).
Il voto è contrario perché con l'emendamento 2.134 (testo 3) si dà il colpo definitivo alla possibilità di un'effettiva separazione delle funzioni. Già con la norma - che non avete voluto modificare - che consentiva il passaggio da funzione requirente a giudicante per quattro volte nella carriera, si era posta una pietra sulla possibilità di separazione delle funzioni che pure era contenuta anche nel programma dell'Unione. Con questo emendamento si pone la pietra tombale, perché è evidente che si annulla anche quella modifica che era stata introdotta, rispetto all'ordinamento attuale, da parte della Commissione, che vietava il trasferimento da una funzione all'altra all'interno dello stesso distretto.
Ma qui siamo in presenza, signor Presidente, non solo di un atto che vanifica l'obiettivo della separazione delle funzioni, ma di un autentico caso di schizofrenia legislativa, perché all'articolo 10 del decreto legislativo n. 160 del 2006 abbiamo suddiviso le funzioni in funzioni giudicanti di primo grado, di secondo grado, di legittimità e così via. Con questo emendamento si introduce un'ulteriore differenziazione delle funzioni, perché si parla di funzioni esclusivamente civili o del lavoro e di funzioni penali.
Allora, dovete tenere una coerenza tra ciò che avete previsto nel citato articolo 10 - in cui non si fa distinzione tra funzioni civili e penali - e ciò che invece introducete con questo emendamento, modificando sostanzialmente la previsione normativa su cui già ci eravamo pronunciati. Queste sono le ragioni per cui voteremo contro l'emendamento 2.134 (testo 3).
DISCORSO ORDINAMENTO GIUDIZIARIO
di Sen. Antonio Del Pennino

Il DDL nel testo approvato dalla Commissione che viene oggi al nostro esame rappresenta certo un miglioramento rispetto all’originario disegno di legge governativo.
E non possiamo non sottolineare positivamente il fatto che rispetto ai diktat della A.N.M., a cui il governo con le sue proposte emendative aveva ceduto, i colleghi che compongono la Commissione, sia di maggioranza che di opposizione, abbiano saputo resistere.
E di questo diamo lealmente atto in particolare al relatore Di Lello.
Ma questo non ci induce ad un giudizio positivo sul testo che stiamo discutendo.
Non tanto e non solo perché vi sono alcune norme che destano motivi di perplessità, ma per una più generale considerazione sulla forma e sui modi con cui si è affrontato e si affronta il problema dell’ordinamento giudiziario e quello più generale della collocazione della magistratura nel nostro quadro costituzionale.
Mi soffermerò innanzitutto su una questione che più direttamente inerisce al provvedimento al nostro esame.
L’attuale testo prevede la possibilità di passare dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa per ben quattro volte nel corso della carriera; si tratta evidentemente di una soluzione che pregiudica la possibilità di distinguere il ruolo e la funzione del pubblico ministero da quella del giudice, come invece esigerebbe il dettato cosituzionale (art. 111 Cost.) che esplicitamente prevede che il Giudice sia terzo e imparziale.

Consentire il tramutamento delle funzioni per ben quattro volte nel corso della carriera di un magistrato equivale ad annacquare il timido barlume di separazione di funzioni, posto che già oggi, mediamente, un magistrato passa da una funzione all’altra due o tre volte nell’arco della propria carriera
Sequesta previsione legislativa non è accettabile (e in merito ho presentato delle proposte emendative),va invece apprezzata la norma che stabilisce che non solo giudici e pubblici ministeri ordinari debbano cambiare distretto al momento del passaggio di funzione (come faceva l’originario testo governativo), ma che tale obbligo sia esteso a tutti i magistrati (anche ai Presidenti di Tribunale e ai Procuratori della Repubblica) e che i magistrati che lavorano nelle cinque regioni che hanno più di un distretto di Corte d’Appello (Lombardia, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia) debbano uscire dalla regione per cambiare funzione.
Ma al di là di questo aspetto si pone il problema di una più generale riflessione su come debba essere risolto il problema di un migliore funzionamento del nostro sistema giudiziario.
Ho già avuto occasione di affermare nel corso del dibattito sulla riforma dell’ordinamento giudiziario presentato nella scorsa legislatura dall’allora Ministro Castelli che, “il nostro sistema giustizia è caratterizzato da due diversi mali: da un lato, la condizione di conflittualità dell’ordine giudiziario con gli altri poteri dello Stato, dall’altro una ormai congenita inefficenza, specie nel settore del contenzioso civile”.
E come pertanto vi sia bisogno, non solo di un intervento del legislatore ordinario, ma anche di una revisione costituzionale.
Sul primo punto, relativo alla separatezza, confinante con l’ostilità, che la magistratura associata ha assunto rispetto al potere politico.
Se separatezza volesse dire rivendicazione della propria autonomia (e in particolare autonomia del singolo giudice) nulla “quaestio”.
Ma se la separatezza confina con l’ostilità, in nome di un presunto primato morale, questo esce dal quadro costituzionale.
E qui si pone il delicato problema dell’autogoverno della magistratura e della revisione costituzionale delle norme, che questo DDL ordinario non può toccare, sulla composizione del CSM.
E’ un tema che fu oggetto di scontro già alla Costituente, quando, in contraddittorio con la tesi del’On. Scalfaro, che poi prevalse, l’On. Togliatti e l’On. Laconi sostenevano che il CSM avrebbe dovuto essere: “un organismo il quale assume una funzione particolare di antidoto alla completa autonomia del potere giudiziario come tale”. Il che portava a ritenere il fatto che il Consiglio Superiore fosse formato per metà da magistrati e per metà da membri eletti dall’Assemblea Nazionale: un elemento – secondo Togliatti - che accresceva, non diminuiva, il prestigio della magistratura.
Dicendo questo non voglio sposare la tesi che in allora sosteneva la sinistra, ma credo si debba riflettere, per superare la separatezza, sull’ipotesi di un CSM modellato su uno schema analogo alla Corte Costituzionale, (1/3,1/3, 1/3) da tempo ipotizzato dal collega Maccanico.
Il secondo punto che si pone – dicevo - è quello relativo all’effiecenza del sistema giustizia che ha particolari riflessi sulla giustizia civile.
In questo senso bisogna innanzitutto pensare all’introduzione di un 2° comma all’art.97 della Costituzione prevedendo che il Primo Presidente e il Procuratore generale della Corte di Cassazione, i Presidenti e i Procuratori Generali presso le Corti d’Appello, i Presidenti e i Procuratori della Repubblica presso i Tribunali ordinari, assicurino, ciascuno nel proprio ambito di competenza, l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia secondo i criteri di buon andamento e imparzialità della Pubblica Amministrazione.
In secondo luogo, ed è una provocazione che lancio, bisognerebbe forse anche riflettere sull’ipotesi di soluzioni diverse, tramite l’elezione popolare per le designazioni dei responsabili della Corti d’Appello., dei Tribunali e delle Procure.

Onorevoli colleghi, le considerazioni che ho esposto sono solo alcune sollecitazioni per una più approfondita riflesione sui problemi complessi del nostro ordinamento giudiziario che vanno al di là del merito del provvedimento in esame, ma sono opportune se vogliamo aprire una stagione di riforme più incisive.

martedì 10 luglio 2007

Nucara ricorda Corso Libero Bovio
Il segretario del Pri Francesco Nucara si è unito al lutto per la scomparsa del famoso penalista Corso Libero Bovio il quale, dal 2003, aveva avviato un'intensa collaborazione con l'organo ufficiale del Pri, la "Voce Repubblicana". "Voglio ricordare - ha dichiarato Nucara - come l'avvocato Corso Libero Bovio fosse discendente di uno dei più illustri repubblicani storici, Giovanni Bovio. E la stessa passione agli ideali fondanti del repubblicanesimo si intravedeva negli articoli che inviava con regolarità all'organo ufficiale del Pri, da me attualmente diretto – ha conclso Nucara - Voglio esprimere alla famiglia le mie più sentite condoglianze per una così grave scomparsa".
Destra e sinistra
Categorie ormai erose dalla storia: scegliere fra liberalismo e socialismo
Riscoprire nell'Eldr la vera ispirazione dell'Edera


di Franco De Angelis*

Il dibattito sul senso della distinzione destra-sinistra lanciato da Italico Santoro su questo giornale ha riscosso, a giusta ragione, notevole interesse e fatto emergere spunti preziosi. La maggior parte degli amici che mi hanno preceduto ha, con modalità diverse, messo in rilievo un dato innegabile: a fronte di un panorama politico sempre più complesso e sfaccettato, oggi la tradizionale divisione tra destra e sinistra ha sempre meno senso. Identificare la destra con la conservazione e la sinistra con il progresso significa poco: anche perché, tanto per cominciare, bisognerebbe vedere che tipo di istituzioni, quale orientamento politico si vuole conservare o mutare. E si tratta di un esercizio che può avere esiti paradossali e faceti: tra Breznev e Gorbaciov, chi era di destra e chi di sinistra? E fra Margaret Thatcher e Harold Wilson?
Naturalmente, c'è chi considera Breznev (come del resto Stalin) di destra, ma francamente mi sembra un po' forzato. Insomma, situare la frontiera destra-sinistra sulla linea che separa la continuità dalla discontinuità è sicuramente fuorviante. Del resto, forse non è male ricordare che le definizioni di "destra" e "sinistra" nascono, addirittura, con gli Stati Generali del 1789, alla vigilia della Rivoluzione Francese. Tempi piuttosto remoti, che ben poco hanno a che vedere con i nostri. Peraltro, personalmente non credo che il tramonto delle nozioni di "destra" e "sinistra", che ormai darei per assodato, comporti automaticamente una rinuncia alla politica.
La tentazione di legittimare i governi, o addirittura i regimi, con considerazioni puramente tecniche è più antica di quanto non si pensi. In un interessante saggio, Giuseppe Galasso fa risalire questa scelta addirittura all'Impero napoleonico: un'esperienza politica che, non a caso, segnava una forte discontinuità sia rispetto al passato prossimo (la Rivoluzione), sia rispetto a quello più remoto (il Regno di Francia). Secondo Galasso, Napoleone fu il primo governante a scegliere di legittimarsi con l'efficacità. In altre parole, l'imperatore non pretendeva di essere stato scelto da Dio, come i re di Francia, né dal popolo, come i leader della Rivoluzione: semplicemente, giustificava la sua permanenza al potere con la capacità di sapere ciò che occorreva fare per il bene del paese, e di farlo senza preoccuparsi delle ideologie, in maniera, per così dire, neutrale. Insomma, Napoleone si presentava come il primo "governo tecnico" della storia.
Ma è davvero possibile governare in modo neutrale? È davvero possibile gestire la cosa pubblica in base a indici puramente tecnici? Secondo me, no. E penso che tutte le persone che seguono questo giornale saranno d'accordo. Non esiste mai un unico modo per raggiungere un risultato. Del resto, vediamo tutti i giorni che persino le aziende - che in fondo perseguono obiettivi semplici, definiti e quantificabili - adottano strategie differenti. Anzi, per usare il termine più in voga nel mondo del marketing, seguono politiche differenti. Alla fine, quindi, questa parola tanto demonizzata di questi tempi esce dalla porta per rientrare dalla finestra. Perché? Molto semplicemente, perché la politica - intesa non come semplice gestione del day by day, ma come capacità di individuare e perseguire grandi disegni - rappresenta una dimensione irrinunciabile dell'essere umano. E fingere che non esista significa mentire, più o meno scientemente, a noi stessi. Anche l'antipolitica è un modo di fare politica.
Ciò detto, torniamo al problema di fondo. Posto che la politica esiste, posto che le ideologie, in quanto visioni del mondo, esistono, è necessario distinguerle. Se non altro, per capirci. Destra e sinistra, siamo tutti d'accordo, sono termini ormai privi di significato. Tony Blair era di sinistra. Nicolas Sarkozy, che si prefigge obiettivi molto simili ai suoi, è di destra. È chiaro che una discussione impostata su queste basi non ci porterà a nulla. Esiste però un'altra distinzione, a mio avviso molto più fondata, che possiamo considerare ancora attuale: la distinzione fra le due grandi famiglie politiche del XIX e del XX secolo, il liberalismo e il socialismo.
Contrariamente alla destra e alla sinistra, questa non è una catalogazione futile o vaga. Siamo di fronte a idee ben strutturate e consolidate, basate sul pensiero di grandi filosofi e che nel corso del tempo sono state oggetto di analisi profonde. Ma, soprattutto, parliamo di ideologie (nel senso nobile e non settario del termine) tra loro alternative, che presuppongono due differenti visioni dell'uomo e della società. Naturalmente, ognuna delle due grandi famiglie si è ramificata, a volte in modo imprevisto e spesso un po' aberrante. Dal socialismo sono discesi lo stalinismo, il maoismo e i Khmer rossi (ma anche, non dimentichiamolo, la socialdemocrazia scandinava). Il liberalismo ha avuto derive meno sanguinose, ma non per questo meno devianti: valga l'esempio dei teocon o degli anarco-capitalisti americani.
Qual è lo spartiacque tra queste due grandi concezioni del mondo? Senza pretendere di affermare qualcosa di nuovo, credo che la differenza fondamentale consista nel diverso modo d'intendere il ruolo dello stato.
Per i socialisti, a qualunque sottofamiglia appartengano, lo stato ha e deve avere un ruolo centrale e interventista. Tutto, dall'economia all'educazione, dalla cultura alla previdenza, deve passare dall'apparato statale, e preferibilmente essere gestito direttamente dallo stato. Per i liberali, la questione si pone in termini opposti. Lo stato deve avere fondamentalmente il compito di garantire i diritti fondamentali del cittadino assicurando che la libertà di tutti sia rispettata. In questo ambito può ovviamente esercitare un ruolo correttivo nei confronti delle dinamiche sociali ritenute incompatibili con i diritti generali - pensiamo alle politiche antidiscriminatorie, o agli interventi tesi a garantire la concorrenza - ma idealmente non dovrebbe mai sovrapporsi alla società civile.
Se assumiamo come vero, nella sua forzata schematicità, questo punto di partenza, credo che noi repubblicani non avremo incertezze su come collocarci, né sulle scelte di campo che dobbiamo e dovremo compiere.
L'adesione all'eurogruppo ELDR, in questo contesto, assume un valore che va al di là delle scelte parlamentari e che ci permette di riallacciarci alle nostre radici più profonde. Mantenere un profilo autenticamente liberale in un contesto politico come l'attuale non è facile. Ma questa è la sfida che ci compete, e che ci caratterizza come punto di riferimento di un'area d'opinione che, pur tra mille incertezze e contraddizioni, si va lentamente ricomponendo.


Franco De Angelis - Consigliere PRI - Milano
* Consigliere comunale Pri, Milano
DEL PENNINO: SUL TESTAMENTO BIOLOGICO SI RISCHIANO TEMPI BIBLICI

In seguito alla discussione sui disegni di legge relativi al Testamento biologico, svoltasi martedì 12 giugno in Commissione Igiene e Sanità del Senato, il senatore Antonio Del Pennino, a nome del PRI, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
"La procedura scelta di dare corso ad una discussione generale sull'insieme dei disegni di legge relativi al testamento biologico anziché su un testo base o su un testo presentato dalla relatrice, rischia di far adottare tempi biblici nell'esame di questo provvedimento.
Questa procedura è frutto dei contrasti interni alla maggioranza che non riesce a trovare un accordo sui punti più controversi come quelli relativi all'idratazione e all'alimentazione artificiale e all'obiezione di coscienza, dopo l'ultimatum della senatrice Binetti.
È necessario che nelle prossime sedute si cambi registro.
Occorre che la relatrice presenti un testo base su cui sia possibile la discussione e la presentazione degli emendamenti, se non si vuole "affossare" il provvedimento.
In proposito desidero avanzare un suggerimento: sarebbe opportuno che la relatrice riproponesse il testo approvato all'unanimità dalla Commissione Igiene e Sanità del Senato nel corso della passata legislatura. Su quel testo ci fu un consenso bipartisan e credo sarebbe difficile per tutti proporre oggi emendamenti che lo stravolgessero".

martedì 24 aprile 2007

Oscar Giannino e L'Occidentale

E così Oscar Giannino è di nuovo nel PRI.
La sua presenza nel Consiglio Nazionale del Partito è sicuramente un elemento positivo, anche solo per la grande visibilità mediatica di cui gode (per esempio stamattina era ospite a Radio24 sul tema "Stato e mercato").
Qualche dubbio però me lo lascia la sua collaborazione alla recente iniziativa editoriale su Web denominata "L'Occidentale", associata alla Fondazione Magna Carta.
Tra l'altro, nel board della fondazione c'è anche Giorgio La Malfa.

Ma l'uomo chiave dell'operazione Magna Carta è senz'altro il senatore di Forza Italia Gaetano Quagliarello, ex Partito Radicale, ex PSI con Craxi, poi forse ancora ex radicale ed ora in Forza Italia.
Le ultime prese di posizione lo collocano come fiancheggiatore dei teodem. Con qualche battuta a vuoto.
Vi ricordate quando il Giornale titolava a tutta pagina "LA TURCO VUOLE L'EUTANASIA PER LEGGE"? Come è noto, non si trattava di Livia Turco, ma di un deputato anche lui di cognome Turco.
Ebbene, in quello sfortunato numero del "Giornale" c'era un fondo di Quagliariello che diceva, tra le altre cose, "Livia Turco non è un semplice parlamentare.". Dimoostrando una ben scarsa conoscenza delle cose: la Turco è in Senato, la proposta di legge era alla Camera; il governo non presenta proposte di legge, spetta ai membri del Parlamento.

A parte le considerazioni specifiche su quell'incidente, mi pare che le posizioni di un personaggio come il senatore Quagliariello siano un po' distanti da quelle che dovrebbero essere le posizioni del PRI. O almeno di quelle che io spero siano le posizioni del PRI.

La presenza di Oscar Giannino in questo contesto è a mio avviso un elemento di ambiguità non trascurabile.

Mauro Ghislandi