mercoledì 1 agosto 2007

INTERVENTO SUL TESORETTO

di Antonio Del Pennino.

Colleghi Senatori,

l’oggetto di cui stiamo discutendo è un fantasma. Quel “tesoretto” che la maggioranza si appresta a ripartire, in effetti, come ha detto lucidamente Mario Draghi non esiste.
Siamo, infatti, in presenza di un provvedimento che trova la sua copertura sostanziale nell’aumento del deficit: in violazione dello spirito, ancor prima che della forma, degli accordi di Maastricht. So bene che il Governo ha presentato una sua ipotesi di copertura. Ma lo schema è visibilmente incongruo. L’onere indicato, in termini di saldo netto da finanziare, è pari a 4.131 milioni di euro. Una cifra esattamente pari all’extragettito accertato in sede di bilancio di assestamento, ridotto delle maggiori spese, nel frattempo maturate. Sconcerta, innanzitutto, la simmetria delle cifre: 4.131 milioni di miglioramento del saldo; 4.131 milioni di maggiori spese. Si è quindi raschiato il fondo del barile, senza alcuna preoccupazione per le eventuali ulteriori spese che, da qui alla fine dell’anno, dovessero maturare.
E aggiungo che la spesa effettiva del decreto legge in termini di indebitamento netto , il parametro che vale ai fini di Maastricht, è di gran lunga superiore : pari a 5,6 miliardi di euro .
Si dice che la manovra è comunque giusta. Premia istanze sociali che eurocrati, dal cuore di pietra, non riescono nemmeno a concepire. Qui c’è un’altra vistosa contraddizione. L’aumento dei minimi pensionistici costa soltanto 900 milioni di euro: pari ad appena il 16 per cento del costo complessivo del provvedimento. Il resto si sparge in una miriade di rivoli. Vogliamo forse discutere, tanto per dire a caso, dell' Istituto Nazionale per studi ed esperienze di architettura navale cui si elargisce un chip di 5 milioni di euro?
La verità è che le pensioni sono solo una ciliegina sulla torta. La parte più consistente del provvedimento è solo conseguenza del patteggiamento tra le diverse componenti di questa variegata maggioranza.
Non ci sarebbe nulla di male, se le risorse fossero sufficienti. Ma la loro inadeguatezza risulta evidente dalla struttura stessa del decreto legge. La maggior parte delle spese – il 64 per cento del totale – sono coperte solo sul 2007. Tra queste: i contratti di servizio per le imprese pubbliche, gli investimenti per la rete delle FFSS, dell’ANAS, dell’ENAV e di Poste italiane.
Non ci sembra un criterio razionale.
Esso impedisce ogni visione programmatica di medio periodo e costringe ciascuno di questi soggetti a vivere alla giornata. Questo significa che per gli anni successivi si dovrà provvedere con legge finanziaria, dando copertura a quegli 11,3 miliardi di euro previsti dal tendenziale a “legislazione vigente”, ma non a “politiche invariate”. Terminologia che rischia di occultare una parte della maggiore spesa che non è di carattere discrezionale – per quest’ultima occorreranno altri 10 miliardi – ma definita e certa ancor prima del varo della prossima legge finanziaria.
Tutto ciò dimostra un’indifferenza ai richiami della ragionevolezza e delle compatibilità finanziarie. Né si può essere certi che questo sia l’ultimo tributo da pagare. Domani sorgeranno altre necessità e sarà difficile resistere alla tentazione di replicare un pericoloso precedente.
Nel DPEF il Ministro dell’economia aveva enunciato un principio assolutamente condivisibile. “E’ auspicabile – è detto nel documento – che il valore della spesa primaria diventi un punto di riferimento nella discussione Parlamentare sul presente Documento di Programmazione Economica – Finanziaria”. In sostanza il Governo chiedeva al Parlamento di rispettare la linea del Piave costituita da un tetto di spesa primaria complessiva di “circa 700 miliardi di euro, pari al 45,3 per cento del PIL”. All’interno di questo contesto avrebbero dovuto essere trovate le risorse per finanziare circa 21 miliardi di euro di spesa ulteriore. Il che era ed è possibile solo con tagli corrispondenti.
L’impostazione, secondo i repubblicani, è corretta. Peccato sia il Governo a disattenderla. Se nel 2007 non si è riusciti a rimodulare la spesa per 5,6 miliardi di euro. Come sarà possibile tentare, per il 2008, un’operazione che è quattro volte tanto? Con questo decreto quindi il Governo sta mettendo a dura prova la sua credibilità. Ha dovuto incassare i rimproveri della Commissione europea e francamente inopportuna appare ogni analogia con il caso francese.
In quel caso l’allentamento dei vincoli finanziari è logica conseguenza di una terapia – shock rivolta ad accelerare il ritmo di crescita di quell’economia. Nel caso italiano è solo frutto dell’impotenza decisionale e delle contraddizioni della maggioranza.
Ma soprattutto il Governo ha negato le premesse del suo disegno di politica finanziaria per il 2008, ancor prima che la Legge finanziaria sia stata presentata in Parlamento.
Non riusciamo, pertanto, a comprendere come si potrà far fronte alle nuove esigenze, se non facendo ricorso ad un ulteriore aumento della pressione fiscale. Una misura odiosa, che già ha suscitato reazioni durissime da parte di tutti i contribuenti onesti che vorrebbero una contropartita adeguata in termini di servizi e prestazioni.
Alla fine il Ministro dell’Economia, anche non volendo come del resto ha fatto finora, sarà costretto a cedere ed assecondare questo disegno.
E’ questo il labirinto in cui il Governo si sta cacciando. Forse inconsapevolmente. Più probabilmente insistendo nel riproporre quella doppiezza culturale, ancor prima che politica, che ne ha finora caratterizzato il respiro. Anche se il fallimento di questa strategia è ormai evidente.La speranza è che le forze ragionevoli della maggioranza facciano, al più presto, sentire alta e forte la loro voce, per arrestare una deriva rovinosa.

lunedì 30 luglio 2007

CONFERENZA STAMPA AL SENATO: Costi della politica, le proposte dei republicani per abbatterli

Voce Repubblicana, 27 luglio 2007


Il Partito repubblicano ha presentato al Senato la propria ricetta per la riduzione dei costi della politica, individuando lo strumento degli emendamenti al ddl Lanzillotta sugli enti locali, in esame presso la commissione Affari Costituzionali, come il più efficace per rendere reale e incisiva la razionalizzazione delle spese statali. Un "pacchetto" di 40 proposte di modifica che l'Edera sottoporrà, con spirito "bipartisan" alla maggioranza, attraverso il senatore Antonio Del Pennino, che ha illustrato assieme al segretario del partito Francesco Nucara le linee portanti degli interventi ritenuti indispensabili per i tagli alla spesa pubblica. "Da quando è uscito il libro ‘La casta' - ha affermato Nucara - l'attenzione si è concentrata su aspetti demagogici e marginali come gli stipendi dei parlamentari, che in realtà incidono poco sul complesso delle uscite. Noi siamo favorevoli al principio della riduzione del numero dei parlamentari, ma le vere spese sono altre, e riguardano principalmente una serie di istituzioni locali e organismi territoriali, come le province, che andrebbero abolite, e le comunità montane, che non servono".
Ad illustrare nel dettaglio gli emendamenti al ddl Lanzillotta è stato Del Pennino, il quale ha spiegato che questi si possono idealmente suddividere in quattro tronconi. "Il primo gruppo - ha spiegato - chiede la soppressione delle comunità montane e la costituzione di unioni di comuni omogenei. In Italia esistono sei milioni di ettari non montani che fanno parte delle comunità montane. Chiediamo anche il divieto del cumulo dei gettoni di presenza per i consiglieri comunali e i consiglieri di unioni comunali o di comunità". Il secondo gruppo di emendamenti riguarda invece le aree metropolitane, che devono essere quattro: "Roma, Napoli, Milano e Torino, con l'abolizione della provincia e la suddivisione del circondario in altri comuni". Per il capitolo delle spese, Del Pennino fa presente che nel nostro paese vi sono "621 presidenti di circoscrizione e diecimila consiglieri circoscrizionali, per una spesa annuale pari a 100 milioni di euro". Rispetto al testo del ddl governativo, Del Pennino ribadisce anche un'altra tradizionale impostazione del Pri: "Siamo contrari al diritto di voto agli immigrati per le elezioni circoscrizionali, poiché si tratta di un palese controsenso con l'intenzione di voler ridurre l'importanza di questi consigli".
La terza parte degli emendamenti riguarda le province: "Siamo contro - avverte Del Pennino - la formula usata dal ddl, che parla di ‘ridefinizione' delle province, un termine vago che può significare anche un aumento delle province. Noi vogliamo che sia esplicita la riduzione delle province".
Quarto principio proposto, quello della presenza di una sola figura di manager in burocrazie locali, che invece negli ultimi anni hanno visto un proliferare delle figure dirigenziali. "Rutelli - osserva Nucara - dice che vuole fare un tavolo dei coraggiosi. Questa sarebbe una buona occasione per dimostrare coraggio, ma temiamo che non se ne farà nulla, perché lui e la Lanzillotta sono ostaggio di una maggioranza inefficace e dannosa per il Paese".

LE POSIZIONI REPUBBLICANE SUL DPEF

Quando è a rischio la stessa credibilità dell'Italia


interventi del Sen. Del Pennino

Nel corso della discussione generale svoltasi il 25 luglio, il Sen. Del Pennino ha dichiarato:

Onorevoli Senatori,

La comunità degli economisti ha accolto il DPEF con un misto di scetticismo e dure stroncature. E' un documento profondamente sbagliato: ha detto Alberto Alesina. “Illusoria la promessa” di una manovra indolore ha continuato Luigi Spaventa. “Un atto privo di ogni utilità la cui unica funzione è quella di offrire gli argomenti per i primi dibattiti da spiaggia” – ha rincarato la dose Nicola Rossi –. Potremmo continuare. La cosa è seria perché questa valutazioni critiche si accompagnano ai giudizi negativi delle più autorevoli istituzioni italiane e straniere: dalla Banca d’Italia, alla BCE, dal FMI all’OCSE. La stessa Commissione europea, per bocca del suo rappresentante Almunia, non ha nascosto il suo disappunto. L'esperienza dovrebbe insegnare che quando il coro di critiche è unanime c'è qualcosa di profondamente sbagliato. Che un clima di fiducia è venuto meno. Ed è su questo che dovremmo interrogarci.
Sia nel DPEF, ma soprattutto nella politica finanziaria del Governo, vi sono molti punti oscuri. Alcuni sono evidenti. Altri più nascosti. La somma di queste incongruenze alimenta il clima di sospetto e di sfiducia.
Iniziamo dai difetti più evidenti. In marzo, con la Relazione unificata dell’economia e della finanza pubblica, era stato previsto, per il 2007, un deficit del 2,3 per cento. La previsione era stata comunicata alla Commissione europea che aveva apprezzato.
L’Italia appariva quindi come un grande Paese virtuoso che, sfruttando il lascito positivo del precedente Governo, continuava nella strada del risanamento.
Ma subito dopo la delusione.
Con l’approvazione del D.L. n.81 del 2007 – vale a dire con la distribuzione del cosiddetto “tesoretto” la cifra saliva al 2,5 per cento, essendo il decreto coperto a deficit.
Da qui le critiche della Commissione.
La previsione di un deficit per il 2007 pari al 2,5 per cento è in parte frutto di un artificio. Esso sconta spese di competenza dell’anno in corso, rinviate al 2008. Si tratta, in particolare di 1,43 miliardi di euro – pari allo 0,1 del PIL – corrispondenti ai contratti del pubblico impiego, statali esclusi, ed ai maggiori oneri relativi al personale della scuola. Se queste poste fossero correttamente contabilizzate, il deficit effettivo risulterebbe pari al 2,6 per cento: 0,3 punti di PIL in più rispetto a quanto comunicato a Bruxelles ed al lascito del Governo Berlusconi .
Non voglio riaprire la questione di chi sia stato il merito del risanamento. Mi limito a ricordare che nel DPEF del 2001, Vincenzo Visco, allora Ministro del tesoro, indicò nello 0,8 per cento del PIL il deficit di quell’anno. Alcuni non ci credettero ed avanzarono l’ipotesi di un deficit sommerso molto più consistente. L’ISTAT, qualche anno dopo, ne certificò la dimensione indicando un valore pari al 3,1 per cento. Quindi fuori dai parametri di Maastricht. Forse memore di quell’esperienza, l’attuale Ministro del Tesoro ha cercato di giocare d’anticipo, indicando nello scorso DPEF un deficit per il 2006, pari al 4 per cento. Che nel Programma di stabilità, del dicembre 2006, veniva portato al 4,8 per cento.
A questo risultato si perveniva con una serie di manipolazioni che, per fortuna, i mercati finanziari hanno valutato con un pizzico di buon senso. Se così non fosse stato, il rating nei confronti del nostro Paese sarebbe precipitato, con esiti disastrosi.
Il deficit di base fu ricalcolato, per tener conto di quelle maggiori entrate da cui sarebbe nato il “tesoretto”, riducendo nello spazio di pochi mesi , da luglio a dicembre, il deficit dal 4 al 2,7 per cento.
Naturalmente queste oscillazioni previsionali non sono senza conseguenza per la credibilità del Paese. E ciò si sta ripetendo .
Lo confermano le indicazioni del Ministro dell’economia quando elenca le spese già previste per la prossima legge finanziaria ed, almeno per il momento, senza indicazione di copertura. Spese che saranno ancora maggiori , considerando l'accordo raggiunto sulle pensioni.
Siamo stati e siamo contrari a ridurre il tempo della vita lavorativa.
Siamo convinti che il sindacato non abbia tutelato i propri iscritti. Lavoreranno meno ma con una pensione destinata a decrescere fortemente in termini reali. Le pensioni minori saranno pari al 70 per cento della retribuzione media degli ultimi 5 anni o 10 anni, a seconda che si applichi il metodo distributivo o contributivo.
Pure ipotizzando un tasso di inflazione del 2 per cento, il loro valore reale, nell'arco di vent'anni , sarà poco superiore al 45 per cento, dell' ultima retribuzione.
Le considerazioni appena esposte spiegano il voto contrario del Partito repubblicano. Di questo Governo non apprezziamo la linea di politica economica ed il continuo cedimento alle pressioni della sinistra massimalista. In teoria approviamo la proposta del Ministro dell’economia che indica in 700 miliardi di euro (pari al 43,5 per cento del PIL) la linea invalicabile della spesa corrente al netto degli interessi.
Ma abbiamo il timore che su questa linea Egli non potrà resistere, anche se saremmo lieti di essere smentiti.



Successivamente il Sen. Del Pennino, insieme al Sen. Malan (FI), ha presentato un emendamento alla vigilia del voto sul Dpef atto "a garantire - ritenuto che l'efficacia delle politiche di bilancio, come dimostrato dall'esperienza internazionale e come sostenuto dallo stesso Governo, è assai maggiore ove si riesca ad affiancare agli impegni sui saldi di bilancio l'introduzione di vincoli sul livello massimo della spesa corrente primaria - che la prossima manovra finanziaria sia articolata in modo da assicurare che il livello dela spesa corrente primaria del conto consolidato delle pubbliche amministrazioni non sia superiore, rispettivamente, a 635.546 milioni di euro per il 2008, a 648.587 milioni di euro per il 2011, come indicato dalla tavola del conto della pubblica amministrazione a legislazione vigente del Dpef stesso".
L'emenamento proposto è attuativo delle indicazioni fornite dal governo. Il Dpef, infatti, a pag 50 indica espressamente l'opportunità che il Parlamento, in sede di risuluzione di approvazione del Dpef, indichi " un valore della spesa primaria... strategico per il Governo in sede di definizione della legge finanziaria e per il Parlamento nella fase emendativa". Il governo, a tale proposito, segnala anche come un'indicazione in tal senso sarebbe pienamente coerente con le previsioni della legge di contabilità dello Stato n. 468 del 1978.
L'emendamento proposto vincola il livello massimo della spesa primaria corrente ai valori del conto consolidato delle P.A., a legislazione vigente, ovvero dei valori della spesa che si registrerebbero assenza di interventi modificativi della spesa in senso migliorativo o peggiorativo. A tale proposito si segnala che nello stesso Dpef (ala tabella III 1.3 di pagina 51) il Governo ha indicato una cifra dell'ordine di 21 miliardi di euro circa per il 2008 non inclusi nei valori tendenziali che tuttavia corrispondono a impegni già sottoscritti, a prassi consolidate e a impegni programmatici che dovranno essere inseriti nella prossima manovra finanziaria
Ove l'emendamento venisse approvato, la quota di maggiori oneri derivante dalla spesa corrente dovrebbe essere coperta attraverso riduzioni di altre spese di natura corrente. Quando invece agli oneri per spese in conto capitale o per riduzione di entrate, essi potrebbero essere coperti anche mediante misure di incremento delle entrate o di riduzione di altre spese in conto capitale.
DICHIARAZIONE DI VOTO SUL D.P.E.F.
GIOVEDÌ 26 LUGLIO 2007
(Antimeridiana)
Del Pennino ha affermato: Signor Presidente, un'indicazione è fornita dallo stesso Governo nel DPEF quando indica espressamente l'opportunità che il Parlamento, in sede di risoluzione di approvazione del DPEF, indichi un valore della spesa primaria strategico per il Governo in sede di definizione della legge finanziaria. Quindi è il Governo che aveva chiesto di dare questa indicazione nel Documento.

La dichiarazione che è stata fatta dal rappresentante del Governo, che il problema sarà affrontato successivamente, è contraddittoria con quanto lo stesso Governo aveva affermato. Inoltre, essa in realtà nasconde il conflitto interno alla maggioranza fra chi (come il Ministro dell'economia, come i colleghi Dini e D'Amico con il loro emendamento analogo al nostro ) ritiene che una precisa cifra non possa essere superata per quanto riguarda il livello della spesa corrente primaria e quanti invece non ritengono che questo obiettivo sia da perseguire in via prioritaria da parte del Governo e del Parlamento.
Per questo credo che il voto su questo emendamento riveli una contraddizione profonda se la maggioranza intende respingerlo.

giovedì 26 luglio 2007

Dare credito ad Hamas significa indebolire Israele

Dichiarazione di voto sulle missioni all'estero, Senato, 24 luglio 2007.

di Antonio Del Pennino

Signor Presidente, desidero anch'io preliminarmente, come ha fatto il collega Buttiglione, esprimere a nome dei senatori del Gruppo della Democrazia Cristiana per le autonomie - Partito Repubblicano Italiano - Movimento per l'Autonomia la solidarietà al ministro D'Alema, come agli altri colleghi che ne sono stati oggetto, per l'attacco mediatico - giudiziario cui abbiamo assistito in questi giorni, attacco che ripropone il delicato problema di un corretto rapporto tra organi giudiziari e rappresentanze istituzionali e che ogni giorno di più è evidente nel nostro Paese.
Detto questo, i senatori del nostro Gruppo non voteranno per la proposta di risoluzione di maggioranza e voteranno invece a favore delle diverse risoluzioni presentate dai senatori Schifani, Pianetta, Mantica, Marini e Calderoli. Non possiamo votare la proposta di risoluzione che approva le comunicazioni del Governo non per un preconcetto di opposizione ma perché le dichiarazioni del Ministro degli esteri, pur contenendo considerazioni sulla politica europea e sull'impegno italiano per l'abolizione della pena di morte su cui conveniamo e su cui vasto è il consenso di tutte le forze politiche, appaiono, per altri versi, assai contraddittorie.
In particolare pur riconoscendo, a proposito della missione UNIFIL, il permanere di infiltrazioni di armi dalla Siria al Libano e il fatto che il controllo dei confini libanesi è oggi insufficiente, ci è apparso che, sul punto, egli sottovaluti i pericoli e la gravità della situazione. Basta ricordare le dichiarazioni al quotidiano in lingua araba "Hayat" dello sceicco Mohammed Yazbek, membro dell'ufficio politico di Hezbollah, che ha affermato: "Rispetto alla guerra dello scorso anno le nostre capacità sono quasi raddoppiate, siamo pronti ad ogni eventualità. Se il nemico si è preparato ed è pronto, noi pure siamo pronti a impartirgli una lezione che non dimenticherà".
La dichiarazione, arrivata dopo l'incontro a Damasco tra il segretario generale degli Hezbollah, Nasrallah, con il presidente Ahmadinejad e con quello siriano Bashar al-Assad, è resa più significativa dal ruolo che lo sceicco Yazbek ricopre, cioè quello di rappresentante ufficiale in Libano della guida suprema iraniana, l'ayatollah Khamenei.
Ci saremmo quindi aspettati dal Ministro alcune precise proposte da avanzare in sede di Nazioni Unite sul come rendere più incisiva la missione UNIFIL e non solo l'affermazione che, secondo il capo del Governo libanese, è necessario estenderla sino al 2008.
Del pari, pur ribadendo l'importanza della Conferenza tenuta a Roma sull'Afghanistan, ella, onorevole Ministro, ha piuttosto posto l'enfasi sulla necessità di un confronto internazionale, promosso dall'Italia sul valore della missione afgana. Forse perché era condizionato dall'appello firmato da 41 senatori della sua maggioranza proprio questa mattina, che hanno affermato: "attendiamo ancora la svolta in Afghanistan. La coalizione internazionale sembrerebbe aver rinunciato a praticare una netta discontinuità rispetto al passato. Per queste ragioni torniamo oggi a chiedere al Governo italiano di impegnarsi per un'effettiva inversione di rotta".
Proseguivano poi in questo appello, dichiarando che "la soluzione diplomatica dovrà essere perseguita con massima determinazione attraverso una conferenza internazionale, coinvolgendo l'Europa, i Paesi presenti con propri contingenti militari e i Paesi confinanti, nonché tutte le componenti del popolo afgano, chi accetta la presenza delle truppe internazionali e chi la osteggia". Quindi, secondo questi colleghi, anche i talebani.
Ecco perciò, su questo punto delicato, se il Ministro avesse voluto precisare una posizione chiara, evidentemente avrebbe determinato non pochi contrasti nella maggioranza.
Per quanto riguarda il problema dei rapporti israeliano-palestinesi, ci è sembrato che ella abbia voluto oggi correggere le sue precedenti dichiarazioni di San Miniato, ribadendo il ruolo di Abu Mazen e la sua personale amicizia con lui. Tuttavia, francamente, questo non ci appare ancora sufficiente. Hamas è un'organizzazione che ha un programma di guerra, di terrorismo e di distruzione di Israele. Non riteniamo possa mai essere coinvolta in un processo di pace, di costruzione dello Stato palestinese, se non ripudia il terrorismo come strumento di lotta e non accetta di riconoscere il diritto all'esistenza di Israele.
Ogni pur cauta apertura di credito verso questa organizzazione, il permetterle di ritenere che vi possa essere nei suoi confronti un ammorbidimento della comunità internazionale, senza che essa modifichi le sue posizioni, è qualcosa che non rafforza Abu Mazen e non avvicina il processo di pace in quella martoriata area.
Negli scorsi giorni - credo l'abbia ribadito anche poc'anzi in Aula - un autorevole collega della sua parte politica, il senatore Furio Colombo, ha scritto su "l'Unità" che "è chiaro a tutti ormai che senza Israele non ci sarebbe mai stata neppure la rivendicazione di uno Stato palestinese, dal momento che Giordania ed Egitto si erano già attribuite parte del territorio che avrebbe dovuto diventare Palestina". E proseguiva, affermando che "senza la permanenza stabile e sicura di Israele e del suo diritto alla pace non ci sarà mai alcuna patria dei palestinesi, ma soltanto guerriglia senza fine".
Sono affermazioni che condividiamo totalmente. La difesa del diritto di Israele ad uno Stato sicuro, secondo il Gruppo dei senatori della Democrazia cristiana, del Partito repubblicano, del Movimento per le autonomie, deve rimanere il punto centrale di ogni politica italiana nel Medioriente.

martedì 24 luglio 2007

La legge elettorale non garantisce maturità politica

Il bipolarismo viziato/In Italia nascono coalizioni eterogenee incapaci di reale governabilità

Intervento in Commissione Affari Costituzionali del Senato, 24 luglio 2007.

di Antonio Del Pennino

Mi dispiace non unirmi al coro pressoché unanime dei colleghi che hanno esaltato il valore del bipolarismo e del sistema maggioritario come strumento per realizzare il bipolarismo. Si afferma che nella cosiddetta seconda Repubblica, quella che stiamo vivendo, si è realizzato l'obiettivo della alternanza come effetto della legge elettorale maggioritaria. Obiettivo che nella vituperata prima Repubblica non era stato possibile raggiungere per via del sistema proporzionale. Mi sembra una assoluta banalità.
Se nella prima Repubblica non è stato possibile realizzare una piena democrazia dell'alternanza e siamo stati costretti ad un bipartitismo imperfetto, per usare l'espressione di Giorgio Galli, questo non è stato frutto della legge elettorale, ma della condizione internazionale, della divisione del mondo in due blocchi e dell' egemonia che un PCI legato all'URSS, aveva sulla sinistra italiana.
E non è un caso che solo dopo l'89, la caduta del muro di Berlino, la fine della contrapposizione tra Est e Ovest, sia diventata realistica l'ipotesi di un alternanza perché, anche grazie alla trasformazione del PCI in PDS, si rendeva possibile un ruolo di governo della sinistra. Il passaggio dal proporzionale al maggioritario non fu determinante. La valutazione quindi sul sistema elettorale non può rapportarsi al fatto che esso sia in grado o meno di realizzare una democrazia dell'alternanza, quanto piuttosto alla sua capacità di garantire sia una reale governabilità, sia una possibilità di espressione delle diverse realtà culturali e ideali presenti nel paese.
Da questo punto di vista il nostro sistema elettorale ha realizzato un bipolarismo che, per dirla con il prof. Sartori, "non è immaturo né maturo, è semplicemente sbagliato". Perché è un bipolarismo viziato che costringe all'inseguimento del voto marginale, e quindi a coalizioni eterogenee che poi non sono in grado di assicurare una reale governabilità ma dànno vita a maggioranze contraddittorie, rissose, incapaci di una effettiva guida dei processi economici e sociali.
Nei paesi europei in cui si è realizzato un reale sistema bipolare, questo è avvenuto indipendentemente dalla legge elettorale, perché storicamente sono cresciute forze politiche omogenee con vocazione maggioritaria che hanno saputo rendersi interpreti delle esigenze prevalenti nella società e dare ad esse una organica risposta.
Ma questo è stato frutto di un processo culturale e politico che la legge elettorale ha accompagnato, non imposto. Le leggi elettorali condizionano, ma sono anche condizionate dai processi politici. Se si pensa che la legge elettorale di per sé possa condizionare processi politici che non sono ancora maturati, si commette un errore di prospettiva.
Per questo giudico illusoria l'ipotesi referendaria perché essa costringerebbe, per vincere le elezioni, ad un'aggregazione forzata di soggetti non omogenei, tra i quali, all'indomani del voto, si riaprirebbe un conflitto che renderebbe difficile ogni azione di governo. Ma per gli stessi motivi, proprio perché non esistono in Italia, per usare l'espressione di Sartori, le condizioni di "un bipolarismo rigido", ma piuttosto vi è l'esigenza di un "bipolarismo flessibile" (e quanto Sarkozy sta realizzando in Francia dovrebbe insegnarci qualcosa) l'ipotesi che ci ha presentato il Presidente Bianco non mi convince.
Credo piuttosto che per la realizzazione di un "bipolarismo flessibile" sia meglio una legge elettorale che riprenda il cosiddetto modello tedesco. E lo dico sapendo che questa soluzione inevitabilmente comporterebbe un'alta soglia di sbarramento che penalizzerebbe la forza politica che rappresento. Ma lo affermo perché guardo non a interessi di bottega, ma ad un'esigenza generale di governabilità del paese.
Ma se contro queste mie considerazioni si formerà, come temo, una convergenza sull'ipotesi di una soluzione che preveda un premio di maggioranza per la coalizione vincente, allora è necessario adottare la soluzione proposta nel DDL del Sen. Cutrufo. Cioè una soluzione che, proprio perché prevede il premio di maggioranza non stabilisce alcuna forma ,neppure minima, di sbarramento. E questo non solo per consentire un diritto di tribuna alle diverse espressioni politiche e culturali presenti nel paese, ma anche perché, una volta garantita la cosiddetta governabilità col premio di maggioranza, assegnato anche alle coalizioni che non raggiungono il 51%, non ha senso imporre a chi del premio di maggioranza non vuole usufruire, ma vuole mantenere una propria individualità, lo scotto dell'esclusione dalla rappresentanza parlamentare.
Mi sembra a questo proposito assai pertinente l'osservazione di Giuseppe De Rita che proprio la scorsa settimana ha sottolineato come "non si sia in grado di far uscire la politica italiana e la sua classe dirigente dall'attuale stato di confusione se non si prende coscienza che siamo di fronte al tramonto di un ciclo di cultura e impostazione politica. Il declino del ciclo che ha privilegiato il decisionismo, la concentrazione e la verticalizzazione del potere sacrificando ogni meccanismo e sede di rappresentanza".
D'altro canto è stato proprio il Presidente della Repubblica a ricordarci che non esiste in nessun altro paese una legislazione elettorale che preveda contemporaneamente premio di maggioranza e soglia di sbarramento.
Detto questo sulla legge elettorale, desidero aggiungere una considerazione relativa al rapporto tra elettori ed eletti, riprendendo un'indicazione già data dal collega Nania.
E' evidente a tutti il distacco tra elettori ed eletti che l'attuale normativa determina, prevedendo forme di designazione dei parlamentari da parte dei vertici dei partiti senza il correttivo delle preferenze. Non ripropongo il ritorno al sistema delle preferenze, ma ritengo che per superare l'attuale condizione sia necessaria una regolamentazione giuridica dei partiti che ne garantisca la democrazia interna e, come proponeva appunto Nania, un sistema di primarie vere, regolamentate per legge (non quelle dei gazebo) per la selezione dei candidati.
Ma questo presuppone, Signor Presidente, che la Commissione parallelamente alla discussione sulla legge elettorale affronti anche i disegni di legge sull'attuazione dell'art. 49 della Costituzione che avevamo iniziato e poi inopinatamente abbandonato.
Se le due cose non andranno avanti di pari passo, anche con sedute straordinarie della Commissione, non credo che saremo in grado di dare risposta ai problemi di un corretto assetto del nostro sistema istituzionale.

AL SENATO ANNULLATA LA VOLONTA' POPOLARE

di Roberto Arosio *


Definire un anomalia la quotidiana querelle alla quale assistiamo a Palazzo Madama un giorno si e l’altro pure e’ puramente un esercizio di forma.Sin dall’inizio di questa travagliata legislatura si sapeva che il vero scoglio sul quale il Prof. Prodi avrebbe sbattuto il muso era l’esigua, se non inesistente, maggioranza in Senato. Ma seppur in profonda difficoltà il Governo regge e si aggrappa con le unghie e coi denti a coloro che siedono sugli scranni senatoriali, non per mandato elettivo ma per diritto di rappresentanza, acquisito per meriti che esulano da quello che in una democrazia compiuta spetta al popolo sovrano.La questio verte sul ruolo dei Senatori a vita, incarico di per se obsoleto e inutile, retaggio di una politica che con l’avvento del maggioritario ha perso di valore sia istituzionale sia sul piano della rappresentatività e ancor più lascia perplessi la posizione politica dei Senatori stessi.Nell’ ultimo periodo abbiamo assistito a due bocciature del Governo, prima su temi di politica estera e ultimamente sulla questione Giustizia, ed invece di riflettere sulle motivazioni che hanno portato a questo, il Presidente del Consiglio continua a chiedere il soccorso degli illustri esponenti.Onestamente, ritengo che quando si tratta di argomenti inerenti a profonde riforme strutturali, alle necessarie priorità di un paese si deve avere la capacità di confermare le posizioni espresse dall’esecutivo con veri e reali numeri, sia alla Camera, e purtroppo per Prodi, anche al Senato.Non vorrei che si pensasse che tutto questo sia illegittimo, anzi dal punto di vista Costituzionale non fa una piega, in discussione invece è la parte politica e morale, la quale al contrario qualche crepa la evidenzia, dato che inevitabilmente si va a ledere la volontà popolare. E ritengo che questo vulnus non possa essere lasciato in secondo piano, anche perché pone una seria riflessione sulle regole sulla quale si posa la democrazia.
*Roberto Arosio
Segretario Esecurivo Regionale PRI Lombardia

LE MILLE ED UNA...SYDNEY

di Roberto Arosio*


La cosa che lascia perplessi è che qualcuno ha gridato allo scandalo. Ancor di più sbigottiti si rimane nel momento in cui, passati pochi giorni dalla rivelazione inoppugnabile e comprovata del pasticcio australiano, delle schede elettorali compilate in garage, nessuno sembra ricordarsene più.Che la legge "459 recante disciplina per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero", non disciplinasse nulla è cosa nota, ma che la stessa legge potesse essere aggirata in maniera così grossolana francamente merita una riflessione più approfondita.Si è parlato del candidato Paolo Rajo dell’UDEUR, trovatosi a vis-a-vis con l’illecito e che ha denunciato l’accaduto, ma per un caso scoperto agli antipodi di Roma, quanti altri garage hanno "lavorato" nel Nord e Centro America, nel America Meridionale e perfino in Europa?Arrivano voci preoccupanti e purtroppo poco ascoltate dal più vicino Canada, dove il segretario politico dell’UDC, Vittorio Coco, parla espressamente di "scuole nate per insegnare a votare l’Unione" e ancora dichiarare " corrieri adibiti al trasporto di plichi contenenti schede elettorali" ed inoltre " gestori di patronati, candidati per l’Unione, colti con le mani nel sacco nell’atto di far votare schede elettorali"Sarebbe poco serio pensare che tale atto delittuoso sia monopolio della Sinistra – anche se in queste cose ha sempre dimostrato una predisposizione più viva – il vero problema sta a monte. La legge così concepita nasce con troppe zone d’ombra, il voto per corrispondenza si presta a troppi "loop holes" e permette ai furbetti di turno di manipolare l’elettore che, da una parte pensa in buona fede di aiutare il paese natio, ma dall’altra non avendone il polso si presta, sua insaputa, a questi giochetti.Ma veniamo in dettaglio alle zone oscure della succitata Legge, denunciate dagli stessi candidati nei collegi esteri.Le schede elettorali, i certificati elettorali, e le stesse buste vengono stampate in loco, non in Italia, sembra per mancanza di tempo materiale. Quindi viene facile chiedersi: chi sceglie la tipografia? Chi controlla che non vengano stampate quantità maggiori di schede? Le schede elettorali sono spedite in alcuni casi a cura delle stesse tipografie agli aventi diritto al voto. A Sydney, prove alla mano, moltissime schede sono state spedite almeno con tre giorni di ritardo, rispetto a quanto stabilito dalla legge elettorale. Lo stesso elettore doveva rispedire le schede elettorali con busta preaffrancata al Consolato che raccolte le doveva poi inviare a Roma. Il sistema di votazione è così convulso da mettere in difficoltà anche quelli più preparati e avvezzi già al voto, immaginiamo per quelle persone che hanno votato per l'Italia per la prima volta e per giunta con questo sistema assurdo (questo per l'80% dei votanti all'estero).Bene, penso che dati per un analisi più precisa di ciò che è accaduto, e quello che sicuramente accadrà in futuro ce ne siano in abbondanza, ora non resta che rimettere mano alla Legge 459, legge che i repubblicani non approvarono, di cui proposero di sospendere l’applicazione proprio perché i rischi che ho precedentemente evidenziato furono già affrontati dalla Commissione per gli Affari Costituzionali della passata legislatura, e fu solo per l’impuntatura dell’On. Tremaglia che indusse la maggioranza di allora a respingere l’emendamento sospensivo e realizzare il pasticcio di fronte al quale ci troviamo oggi.Ancora una volta, visti i risultati, i nostri alleati dovrebbero pentirsi di non aver ascoltato i consigli del PRI. E’ il momento giusto per far diventare la Legge 459 davvero una "disciplina" così come indica il testo stesso. A meno che non si voglia lasciare uno strumento pericoloso nelle mani dei "furbetti" di turno.*Roberto ArosioSegretario Esecutivo Regionale PRI Lombardia